| Venerdì 30 Ottobre 2026 |
| Ex ILVA, Conf.A.S.I.: «Il futuro di migliaia di lavoratori non può dipendere da una sentenza. Serve una politica industriale, non l’ennesima gestione dell’emergenza». |
Roma, 30 ottobre 2026 – A seguito della decisione delle Sezioni Unite civili della Corte Suprema di Cassazione, che hanno rigettato i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria contro il provvedimento di fermo dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, la Conf.A.S.I. esprime profonda preoccupazione per il futuro occupazionale e industriale dell’ex ILVA e per le conseguenze che la crisi continua a produrre sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori coinvolti. La Suprema Corte ha confermato la validità del decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio scorso, che aveva disposto la sospensione delle attività produttive dell’area a caldo per ragioni connesse alla tutela della salute e dell’ambiente, in particolare alla presenza di amianto negli impianti e alle emissioni di polveri sottili. Nelle motivazioni della decisione, i giudici ribadiscono il valore costituzionale della tutela della vita, della salute e dell’ambiente, richiamando al contempo la responsabilità dello Stato di promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro. Un principio che richiama direttamente la necessità di garantire condizioni occupazionali salubri e sicure, attraverso adeguate politiche economiche e sociali. Una vertenza che, ancora una volta, pone il Paese di fronte a una contrapposizione che non dovrebbe esistere: quella tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Già nel luglio 2019, intervenendo sulle principali crisi industriali italiane, la Conf.A.S.I. aveva richiamato l’attenzione sulla necessità di politiche industriali strutturate, fondate su una visione di lungo periodo e capaci di coniugare sviluppo economico, tutela occupazionale e responsabilità sociale. A distanza di oltre sette anni, quelle parole conservano un’attualità che dovrebbe interrogare profondamente le istituzioni. Nel frattempo, si sono succeduti Governi, provvedimenti straordinari, amministrazioni commissariali, ipotesi di rilancio e programmi di riconversione. Eppure, migliaia di lavoratori continuano a vivere nell’incertezza, mentre un’intera comunità attende risposte concrete sul proprio futuro. La Conf.A.S.I. ribadisce il pieno rispetto per il lavoro della magistratura e per le decisioni assunte nelle sedi competenti. Ma ritiene altrettanto necessario affermare un principio: non può essere una sentenza a sostituire ciò che la politica industriale non è riuscita a realizzare in tutti questi anni. La tutela della salute e dell’ambiente non può essere subordinata alle esigenze produttive, così come la salvaguardia dell’occupazione non può essere affrontata esclusivamente attraverso il ricorso agli ammortizzatori sociali. La transizione verso un modello produttivo sostenibile deve essere accompagnata da investimenti, tempi certi, garanzie occupazionali e strumenti concreti di riqualificazione professionale. Non può restare una prospettiva continuamente annunciata e rinviata, mentre il costo dell’incertezza viene scaricato sui lavoratori. E la questione non riguarda soltanto Taranto. Gli effetti della crisi coinvolgono anche gli altri stabilimenti del gruppo, da Genova a Novi Ligure, e l’intero sistema delle imprese dell’indotto, con ricadute economiche e sociali che vanno ben oltre i confini dei singoli territori. La Conf.A.S.I. ritiene pertanto indispensabile che il Governo definisca, attraverso un confronto effettivo con tutte le parti sociali, un piano industriale credibile, verificabile e sostenuto da risorse adeguate, accompagnato da un cronoprogramma pubblico che individui investimenti, responsabilità, tempi della riconversione produttiva e garanzie per i lavoratori diretti e dell'indotto. Gli ammortizzatori sociali devono rappresentare strumenti di protezione durante la transizione, non diventare il surrogato di una strategia industriale assente. «Non possiamo continuare a chiedere ai lavoratori di scegliere tra la propria salute e il proprio stipendio, né alle famiglie di Taranto di accettare che la tutela dell’ambiente comporti necessariamente la perdita del lavoro. È una contrapposizione che la politica avrebbe dovuto superare da tempo», dichiara Antonio La Ghezza, Presidente nazionale della Conf.A.S.I.. «Nel 2019 chiedevamo politiche industriali strutturate, capaci di valorizzare il lavoro e di affrontare le crisi attraverso un progetto condiviso e di lungo periodo. Oggi siamo ancora qui, con migliaia di persone che attendono di conoscere il proprio destino e con una delle principali infrastrutture industriali del Paese sospesa tra provvedimenti giudiziari e interventi emergenziali». «Se dopo sette anni siamo ancora costretti a invocare gli ammortizzatori sociali come principale risposta alla crisi, significa che abbiamo finanziato la sopravvivenza dell’emergenza senza costruire le condizioni per superarla. La decisione della Cassazione, che conferma il fermo dell'area a caldo, non può rappresentare un alibi per il Governo. Una sentenza può definire i limiti entro cui un’attività produttiva può proseguire, ma non può costruire il futuro industriale di un Paese. Quella responsabilità appartiene alla politica, che deve finalmente assumersela». La Conf.A.S.I. rinnova la propria vicinanza ai lavoratori e alle loro famiglie, ribadendo la necessità di garantire piena tutela anche ai dipendenti delle imprese dell’indotto e di assicurare un confronto trasparente sulle prospettive della riconversione. Perché il diritto alla salute e il diritto al lavoro non sono interessi alternativi tra i quali scegliere. Sono diritti fondamentali che uno Stato deve essere capace di garantire insieme. |
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