| Giovedì 17 Settembre 2026 |
| 18 settembre, Giornata Internazionale per la Parità Retributiva |
ROMA, 17 settembre 2026 – In occasione della Giornata Internazionale per la Parità Retributiva, che ricorre il 18 settembre, la Conf.A.S.I. richiama l’attenzione su un tema che non può essere affrontato limitandosi alla differenza salariale tra uomini e donne.
La disparità economica è infatti anche la conseguenza di un problema molto più ampio: nel nostro Paese sono ancora troppe le donne costrette a ridurre il proprio impegno lavorativo, rinunciare a opportunità professionali o, nei casi più gravi, abbandonare il lavoro per sopperire alle carenze del sistema dei servizi alle famiglie.
Parlare di parità retributiva senza affrontare questo problema significa intervenire sugli effetti ignorandone una delle cause principali.
A partire dagli asili nido, la cui disponibilità continua a non essere capillare e omogenea sull’intero territorio nazionale. Tra strutture pubbliche insufficienti, disponibilità di posti limitata e servizi privati che possono rappresentare un costo difficilmente sostenibile per molte famiglie, avere un figlio continua troppo spesso a tradursi in una penalizzazione professionale che grava soprattutto sulle madri.
Lo stesso problema si ripresenta negli anni successivi.
La scuola a tempo pieno, che dovrebbe rappresentare non soltanto un modello educativo ma anche uno strumento fondamentale di sostegno alla conciliazione tra vita familiare e lavoro, non è ancora una possibilità concretamente garantita a tutte le famiglie italiane. Differenze territoriali, carenze organizzative, strutturali e di personale e criticità che attraversano da anni il mondo della scuola rendono l’offerta profondamente disomogenea.
Quando un servizio manca, qualcuno deve necessariamente farsene carico. E, nella maggior parte dei casi, quel qualcuno continua a essere una donna.
È qui che la questione della parità retributiva incontra quella dell’organizzazione complessiva del nostro Welfare. Perché lavorare meno ore, scegliere un part-time per necessità, interrompere la propria carriera o rinunciare a incarichi e avanzamenti professionali significa inevitabilmente guadagnare meno oggi e costruire una posizione previdenziale più debole per il domani.
Non possiamo quindi continuare a considerare la cura dei figli e della famiglia una questione esclusivamente privata, da risolvere all’interno delle mura domestiche. È una questione sociale, economica e occupazionale che riguarda l'intero Paese.
La Conf.A.S.I. ritiene che la lotta alle disparità debba passare certamente dal rispetto del principio della parità di retribuzione a parità di lavoro, ma debba essere accompagnata da investimenti strutturali nei servizi: più asili nido accessibili, un’offerta educativa capillare, un’effettiva estensione del tempo pieno, servizi di conciliazione e politiche familiari capaci di accompagnare realmente genitori e lavoratori.
«Non può esserci vera libertà professionale se una donna è costretta a scegliere tra il proprio lavoro e la cura della famiglia. E non può esserci vera parità retributiva finché quella scelta continuerà ad avere un costo economico e professionale prevalentemente femminile» commenta il Presidente nazionale Antonio La Ghezza.
«Il 18 settembre non deve essere, dunque, soltanto una giornata nella quale ricordare che il divario esiste. Deve essere l’occasione per riconoscere che la parità salariale si costruisce molto prima della busta paga: si costruisce nei servizi, nella scuola, nel welfare e nella possibilità concreta di condividere il lavoro di cura. Solo intervenendo su queste condizioni sarà possibile trasformare un principio formalmente riconosciuto in una parità realmente vissuta».
A questa riflessione si unisce il Sindacato Per Noi Donne, aderente alla Conf.A.S.I., che richiama l’attenzione anche sulla dimensione culturale della disparità retributiva.
«La parità salariale non è soltanto una questione di cifre. Il divario retributivo si alimenta anche attraverso stereotipi e pregiudizi ancora profondamente radicati nel mondo del lavoro, che possono condizionare l’accesso delle donne alle opportunità professionali, agli avanzamenti di carriera e ai ruoli di responsabilità. Occorre superare l’idea che esistano professioni “femminili” e “maschili” e, soprattutto, il pregiudizio secondo cui responsabilità professionali e impegni familiari siano incompatibili per una donna. Allo stesso modo, dobbiamo smettere di considerare il welfare e la conciliazione tra vita e lavoro come questioni esclusivamente femminili. Promuovere una genitorialità realmente condivisa significa creare le condizioni affinché la cura della famiglia non comprometta la continuità lavorativa e professionale delle donne. Congedi, strumenti di conciliazione e welfare aziendale non sono concessioni destinate alle lavoratrici né semplicemente un costo per le imprese: sono strumenti di equità ed efficienza che producono valore per donne, uomini e aziende. Per questo è necessario un impegno congiunto dello Stato e del mondo imprenditoriale: da una parte occorre rafforzare la rete dei servizi essenziali, considerando il welfare un investimento pubblico per la stabilità occupazionale di entrambi i genitori; dall’altra bisogna investire nella formazione e nel contrasto agli stereotipi di genere nei luoghi di lavoro. Perché la parità diventi reale, dobbiamo cambiare anche la cultura del lavoro. Solo così ogni persona potrà esprimere pienamente il proprio potenziale senza che il genere, la maternità, la paternità o le responsabilità familiari diventino un ostacolo alla propria crescita professionale».
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